Serata attorno al fuoco, con le castagne. Odori di un umido autunno. Il gioco è evocare un ricordo. “Che due marroni…” – commenta Enrico.  Allora Mauro, l’agronomo, replica: – “Castagne o marroni? Sapete qual è la differenza?”.
E così ci racconta che ancora nel 1939 un regio Decreto sottolineava la differenza: le castagne sono i frutti della pianta selvatica, i marroni quelli della pianta coltivata.
E poi avanti ad ascoltarlo, un po’ di storia della coltivazione del castagno, le varietà e perfino le malattie.

Caldarroste: castagne arrostite

Il castagno è una specie molto antica e nel corso dei secoli per esigenze economiche il suo areale di coltivazione si è allargato. Infatti ha sempre avuto un ruolo dominante nei rapporti uomo/foresta. Ha fornito frutti eduli e legname per attrezzi, infissi, mobili, edilizia, palafitte…

Castagne: miniatura tratta dall'edizione del "Theatrum Sanitatis"
Castagne: miniatura tratta dall’edizione del “Theatrum Sanitatis”

Già ai tempi dei Romani si curava la coltivazione del castagno, utilizzavano il legno nell’edilizia e per costruire le botti del vino. Diedero infatti un contributo decisivo alla diffusione e alla coltivazione della specie in tutta l’Europa centro-meridionale. Nel Medioevo, i monaci incrementarono la messa in coltura delle specie e nel Rinascimento il castagno fu utilizzato per la costruzione dei solai, falegnameria, estrazione del tannino e per il riscaldamento. I frutti erano l’alimentazione invernale del montanaro.

Nell’Epoca Moderna la dieta delle popolazioni peggiorò sensibilmente e la coltivazione del castagno si intensificò ulteriormente, le castagne e la loro farina rappresentarono un aiuto indispensabile per la sopravvivenza di molte generazioni impossibilitate a disporre in abbondanza di cereali e proteine animali. Nel corso dell’Ottocento centinaia di migliaia di contadini e montanari dipendevano per la loro sopravvivenza in buona parte dalle castagne fresche, secche o sfarinate; i castagneti erano ben coltivati e ripuliti per favorire la produzione del frutto.

Fino alla prima metà del XX secolo, il castagno rappresentava un valore aggiunto tanto che l’azienda agricola di montagna acquisiva valore in base all’ampiezza, efficienza e produttività del castagno.

Negli anni ‘50-60 in Italia iniziò una fase storica di ricostruzione post bellica, di forte industrializzazione e d’intenso movimento di grandi masse umane, dal sud al nord e dalle zone montane alle grandi città attratti da redditi più alti, modello di vita diverso, varia dieta alimentare. Prima la montagna e poi la collina si svuotarono. Il castagno rappresentò spesso un’ancora di salvezza cui i montanari più tenaci e gli anziani si sono solidamente aggrappati per restare in montagna, mentre i giovani iniziarono a scendere verso vallate e città. Dal 1951 al 1959 il Centro di Studio sul Castagno fece indagini nazionali ed internazionali dando origine alla “Collezione nazionale delle varietà di castagno da frutto”.

Abbandono della montagna

Con l’abbandono della montagna si perde parte dell’identità culturale, dei valori tipici e dello stile di vita sobrio dei montanari. Aumenta quindi l’abbandono della superficie coltivata a castagne per vari motivi, tra cui:

  • – la sostituzione dell’estratto tannico con sostanze concianti sintetiche
  • – la riduzione della produzione di pali ad uso agricolo e dell’uso del legno da ardere
  • – l’aumento di malattie della pianta quali cancro corticale e del mal dell’inchiostro
  • – il cambio della dieta
  • – la riduzione del commercio delle castagne

Tra il 1970 ed il 2000 le aziende si riducono del 75% e la superficie destinata a castagneto diminuisce del 62%.
Le città sono diventate sempre più caotiche e si va incontro ad una progressiva revisione del modello di vita con una maggiore attenzione ai valori della persona e dell’ambiente. Si ricerca  un nuovo rapporto con la natura e si rivalutano gli usi e le tradizioni della montagna, maggior interesse per le aree marginali ed i prodotti tipici, per l’agricoltura sostenibile e le produzioni di qualità.
Per questo parte un lento ma continuo processo virtuoso di riscoperta e di rivalutazione del castagno, dei frutti e del legname.

Raccolta delle castagne

Negli anni ‘90 la produzione castanicola mostra i primi segnali di ripresa. Si diffondono le conoscenze di settore sul castagno e la produzione del frutto viene limitata a zone ecologicamente migliori ed economicamente più produttive, con una castanicoltura intensiva, selezionando varietà resistenti alle patologie. In zone in cui le malattie si sono rivelate particolarmente aggressive si è scelto di convertire il ceduo o di cambiare destinazione d’uso in funzione delle condizioni economiche locali.

La coltivazione del castagno in Italia e nel mondo

L’inventario Nazionale delle Foreste (2005) dice che i castagneti in Italia si estendono su 788.408 ha (pari al 9,2% della superficie classificata bosco) più 3.378 ha classificati come altre terre boscate.
Il castagno occupa quindi il 7,5% della superficie forestale italiana. Le regioni più ricche di boschi di castagno sono Piemonte, Toscana, Liguria e Lombardia.
Il VI Censimento sull’Agricoltura dell’Istat (2012) dichiara che le aziende agricole italiane dedite alla coltivazione del castagno da frutto sono circa 30mila con una superficie colturale di 52mila ha di cui in Campania 13.800 ha, Toscana 10.400 ha, Calabria 8.600 ha e Piemonte 6.400 ha.
Le aziende castanicole sono di piccola-media dimensione: 80% delle aziende con il 40% della superficie hanno una SAU 0-5 ha, con una superficie media per azienda di 2 ha di cui il 70% sopra i 500m slm, altitudine ideale per la sua coltivazione.

Aziende con castagneto da frutto e relativa superficie investita
Aziende con castagneto da frutto e relativa superficie investita

Secondo i dati Faostat del 2013 l’Italia è il 3° produttore mondiale di castagne e marroni con 14.148 t, preceduta da Cina con 39.067 t e Portogallo con 16.153 t. Ma le proprietà organolettiche e le caratteristiche estetiche e tecnologiche si differenziano nettamente dalla produzione cinese e giapponese. In Italia le esportazioni sono il 30-40 % del prodotto di cui il 65% deriva dalla Campania e il 12% dal Piemonte. Il 70% della produzione è asiatica ma la resa media ha migliori risultati in Corea del Sud (3qli/ha), Italia(2,9qli/ha), Cina(2,5qli/ha).

L’Italia ha incrementato la quantità importata, nel 2006 era il 4° Paese importatore, oggi il 1° principalmente da Spagna, Portogallo e Albania.
Per quanto riguarda l’export nel 2014 la Svizzera, la Germania e l’Austria erano i principali clienti. Mentre il più importante importatore extra europeo sono gli USA con un 9% della produzione italiana di castagne, il quale costituisce un punto di forza del settore perché coinvolge il 35-40% della produzione.

La castanicoltura italiana è molto differenziata dal punto di vista ambientale, strutturale, tecnico ed economico.

Organizzazione della filiera castanicola

Resa del castagneto per ettaro

La resa dipende dalle varietà e dalla loro rispondenza a caratteristiche pedoclimatiche locali. In Italia predomina la Castanea sativa, con una produzione di 20-30 kg/pianta adulta/anno. Il castagneto tradizionale può produrre fino a 45-50 qli/annui/ha caratterizzato da basse densità di piantagione, scarsi input culturali, bassi livelli di produttività e remunerazione dei fattori di produzione.

La differenza dell’andamento del prezzo tra le diverse regioni dipende da diversi fattori:

  • Maggior valore unitario di marroni prodotti solo nel centro-nord;
  • Qualità di prodotti raccolti: al nord vengono raccolte solo le migliori;
  • Organizzazione della raccolta, lavorazione e distribuzione del prodotto, più efficiente al centro-nord.

Il futuro della castanicoltura

La castanicoltura può rappresentare un’importante fonte di reddito oltre a svolgere una fondamentale funzione di tutela ambientale e paesaggistica del territorio montano.
Attualmente si è fossilizzata sulla coltivazione di montagna di metà secolo scorso, dove due terzi della gente viveva in montagna e si alimentava con essa. L’Italia però può tornare protagonista, sfruttando il potenziale aumento dei consumi. Sono molti i nutrienti, importanti per la salute ed il benessere del nostro organismo.

La castanicoltura può diventare una coltura frutticola vera e propria con modalità di coltivazione, produzione e raccolta del tutto simili alla frutticoltura intensiva moderna.

castanicoltura

Tecniche colturali – Varietà – Malattie

Il castagno trova il suo habitat ideale nelle regioni montuose temperate e temperato-calde fra i 300-1200 m slm in terreni prevalentemente silicei (subacido, pH 5-5,5), profondo e privo di siccità. Ha un temperamento mesofilo, cioè è più adatto a climi con temperature miti e privi di forti escursioni termiche ed è sensibile a gelate tardive. Le temperature medie annue ideali sono di 8° C con precipitazioni medie maggiori a 600mm.
Cresce rapidamente fino a 80-100 anni, arrivando a 400-500, anche fino a 1.000. L’esemplare più vecchio al mondo aveva 4.000 anni e si trovava in Sicilia sui versanti dell’Etna.

Nei nuovi impianti è importante impostare subito la pianta nei primi 2-3 anni evitando un’espansione eccessiva verso l’alto ma favorendo l’espandersi lateralmente, decidendo la forma di allevamento da adottare: libera o aperta. Il sesto d’impianto consigliato nella coltivazione del castagno è di metri 6×6 oppure 8×8. È preferibile effettuare l’impianto del castagno in terreni poco pendenti dove sia possibile irrigare ed impiegare attrezzature meccaniche per la pulizia del terreno e per la raccolta, facilitando le tecniche colturali che incidono sui costi di conduzione.

Le più importanti varietà di marroni e castagne in Italia sono:

  • In Toscana la castagna del monte Amiata Igp e il marrone del Mugello Igp nella
    provincia di Firenze e nella zona del Mugello
  • In Campania la castagna di Montella Igp
  • In Emilia Romagna il marrone di Castel del Rio Igp
  • In Veneto il marrone di San Zeno Dop
  • Nel Lazio la castagna di Vallerano Dop
  • In Piemonte la castagna Cuneo Igp e il marrone della Valle di Susa Igp
Cancro della corteccia
Cancro della corteccia

Tra le principali malattie che riguardano il castagno troviamo:

• Cancro della corteccia (Cryphonectria parasitica) colpisce la parte aerea della pianta manifestandosi su giovani polloni con macchie più o meno estese rosso scuro, cancri corticali con disseccamento di rami e branche.

• Cancro del colletto (Diplodina castaneae) si manifesta sui polloni con tacche brune allungate, appariscenti, dove la corteccia si disgrega a placche e si distacca mostrando il legno.

Mal dell'inchiostro
Mal dell’inchiostro

 

• Ruggine delle foglie (Mycosphoerella maculiformis) un fungo che si sviluppa in un clima umido e piovoso, provocando la comparsa di macchioline scure e patina bianca sulle foglie, causando una filloptosi anticipata.

• Nerume delle castagne (Rachodiella castaneae) interessa lo stoccaggio delle castagne poiché attacca i frutti trasformandoli in una massa informe nerastra sotto la buccia.

• Mal dell’inchiostro (Phytophthora cambivora) porta all’ingiallimento della chioma, con un imbrunimento del colletto e arresto dello sviluppo, provocando la morte del castagno.

 Insetti dannosi nella coltivazione del castagno

  • Carpocapsa (Cydia splendana) le cui larve penetrano nei frutti in agosto, vi scavano gallerie e li svuotano provocando la cascola.
  • Balanino (Curculio elaphas) le larve si sviluppano nelle castagne scavando gallerie piene di escrementi, provocandone il dissecamento.
  • Cinipide del castagno (Dryocosmus kuriphillus Yasumatsu) insetto galligeno, che provoca galle, ingrossamenti molto evidenti su gemme in accrescimento. Causa il mancato sviluppo dei getti colpiti con una drastica riduzione della vitalità della pianta. Le gemme sono asintomatiche, quindi si rischia di acquistare materiale apparentemente sano ma che invece è infetto.

Galle cinipide

Ciò che sta creando più problemi in Italia è il cinipide, ma nel nord Italia ci sono dei risultati soddisfacenti grazie alla lotta biologica effettuata attraverso il lancio del suo nemico naturale, il Torymus sinensis. Al centro-sud non è ancora molto sotto controllo.
In questo ultimo anno però il cinipide è tornato a far paura azzerando le produzioni a causa degli andamenti climatici che hanno messo in difficoltà l’insetto antagonista.
Siamo giunti alla rottura degli equilibri naturali e questo lo vediamo anche dagli eventi atmosferici estremi in continuo aumento. Madre Natura sarà sempre un passo davanti a noi.

Utilizzare Bio Aksxter® nella coltivazione del castagno

Utilizzando Bio Aksxter® si va a ricostituire l’equilibrio naturale dell’agroecosistema. Nella coltivazione del castagno le problematiche come il cinipide, il cancro corticale, le malattie fungine, batteriche e virali e quelle causate da stress climatico-ambientale, così come i danni dovuti a sbalzi termici repentini e variazioni climatiche,  si riducono notevolmente perché mettiamo la pianta e l’ecosistema in grado di sapersi regolare e difendere come è sempre stato prima che l’uomo arrivasse a rompere questo equilibrio.
Con Bio Aksxter® inoltre aumentando le difese autoimmunitarie della pianta, si semplifica la difesa fitosanitaria limitando gli interventi specifici, si ottimizza la gestione colturale e quindi coltivare castagne rende.

Castagno trattato con Bio Aksxter®

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