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Agricoltura urbana: la genuinità green dei siti contaminati

Agricoltura urbana: la genuinità green dei siti contaminati

11 luglio 2019 - BioAksxter®

Sapete della bellissima ma scellerata idea di portare l’agricoltura in città? Sarà che la politica ha manie di grandezza, ma non avendo fantasia copia quello che fanno gli altri? Sarà che non avendo coscienza non si preoccupa della vita delle persone?

Agricoltura urbana in Italia

A Milano, forse ispirandosi al Brooklyn Grange di New York (dicono sia l’orto urbano più grande del mondo, fattorie urbane sui tetti dei palazzi in un ex cantiere navale della marina militare, con tanto di sistemi di irrigazione ed i ristoranti che fanno a gara per accaparrarsi ciò che viene coltivato lassù…) si lancia una nuova sfida con l’agricoltura urbana negli spazi degli scali ferroviari dismessi.

agricoltura-urbana_orto-urbano-Brooklyn-Grange-di-New-York-2-696x462.jpgBrooklyn Grange di New York

A Torino in un’ottica di riqualificazione della città si sono sviluppati diversi progetti “ecosostenibili”: nel quartiere Mirafiori Sud, area industriale della ex Fiat, si è creato uno spazio “vivo” per chiunque voglia dedicarsi all’agricoltura urbana e si sogna di praticare sport fra alberi da frutta e orti urbani. Nell’area industriale del Parco Mennea, un tempo occupata dai capannoni della Materferro non manca l’orto urbano condiviso dove sono stati messi a dimora 300 alberi, di cui 80 da frutta, un orto collettivo, una vigna. Ed al Sangone, un parco in abbandono con una zona agricola residuale, orti all’insegna dell’agricoltura biologica e del benessere.

A Venezia ancora orti per un progetto di rigenerazione urbana, nel sito industriale di Marghera.

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Nei progetti di riqualificazione solitamente rientrano i siti industriali, dunque aree potenzialmente contaminate, non sottoposte a bonifica o sottoposte a bonifica solo a parole, luoghi di investimenti, sperperi e sprechi negli anni, ora luogo per lo sviluppo di nuovi progetti ecosostenibili. Ci asteniamo pertanto dal dire “gli orti urbani salveranno il mondo” dacché la realizzazione sempre più diffusa di questi non è proprio un sistema per riqualificare le aree urbane degradate, migliorare la qualità della vita nei quartieri e favorire lo sviluppo del verde in città. Tuttavia, per “non buttare il bambino con l’acqua sporca” bisogna riconoscere che dentro il grande “sistema green” ci sono anche cose da salvare, azioni che riscattano il genere umano, anche se da parte di pochi.

Continuando la carrellata degli orti urbani:

Diffusi ovunque, dal centro alla periferia, e Bologna spicca il volo come prima città del Paese. Anche a Roma, gli orti nascono in zone urbane e periurbane per consentire alle famiglie di dedicarsi in nome dell’autoproduzione e dell’autosufficienza. A Napoli, orti giardini, orti didattici, orti terapeutici per coltivare il benessere di tutti. A Bari, sull’onda di “un nuovo modo di stare insieme” il primo orto pubblico urbano, circa 4.000 metri quadrati dove sono state messe a dimora piante ornamentali e vengono coltivati frutta e ortaggi genuini e a chilometro zero. A Palermo terreni coltivabili a partire da 1€ al giorno per cimentarsi nel mondo dell’agricoltura biologica fai da te.

Sono oltre 4 milioni i metri quadri coltivati ad orto in Italia … ma non dimentichiamo che le città sono prima di tutto fonti di inquinamento.

Orti urbani: cellule di un organismo chiamato ambiente

Studi sul funzionamento di diversi tipi di ecosistemi antropizzati (vedi P. e Howard T. Odum negli anni ‘70-80) considerano che ogni sistema chiuso, come appunto l’agricoltura urbana e periurbana, essendo dipendente dal punto di vista ecologico/ambientale è da considerarsi come un parassita competitore e predatore dell’ambiente rurale.

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Allo stesso modo l’agricoltura industrializzata a causa dell’inquinamento diviene predatrice nei confronti della biodiversità e delle risorse planetarie.

E’ quindi indispensabile una politica delle necessità, capace di considerare le interdipendenze per salvaguardare l’equilibrio ambientale e lo sviluppo sostenibile intergenerazionale, soprattutto perché l’uomo ha dimenticato di fare parte degli ecosistemi da cui dipende e che degradarli fino a renderli improduttivi significa assicurare la propria fine.

Vale anche per gli orti, cellule di un organismo chiamato ambiente, mezzi per una consapevolezza dei fenomeni biologici e per una coscienza ambientale. Infatti, anche gli orti urbani per essere coltivati biologicamente (ove il termine “biologico” non fa riferimento al metodo di coltivazione che vieta l’uso di concimi chimici e prodotti inquinanti arrecanti danno all’ambiente, bensì all’etimologia propria del termine BIO, da “bios” ovvero “vita” – che nessuno può arrogarsi il diritto di monopolizzare) dovrebbero esserlo in modo tale da liberarci dalla condizione di perenne inquinamento a carico del terreno, dell’acqua e dell’aria. Non è quindi sufficiente usare concimi e antiparassitari registrati per la coltivazione biologica, né regolamentare il metodo di conduzione degli orti semplicemente vietando l’uso dei prodotti vietati pena la revoca dell’assegnazione. Insomma, l’agricoltura urbana e periurbana così come tutta l’agricoltura non dovrebbe tutelare l’aspetto biologico semplicemente attraverso dei disciplinari, ma dovrebbe invece essere massimamente rivolta alla vita.