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Cambiamenti climatici e agricoltura

Cambiamenti climatici e agricoltura

19 ottobre 2016 - BioAksxter®

Effetti del clima sull’agricoltura. E’ sotto gli occhi di tutti, il comparto produttivo più sensibile e vulnerabile ai cambiamenti climatici è l’agricoltura. Per sua natura infatti, si tratta di un’attività che risente subito di anomalie climatiche e repentini mutamenti delle variabili ambientali.

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Ma perché questa attività produttiva è così sensibile agli effetti del clima?

L’agricoltura soffre perché le coltivazioni risentono dai repentini sbalzi di temperatura, del freddo o del caldo improvviso. L’instabilità delle variabili climatiche ha colpito anche nel 2016: inverno caldo, poca neve, siccità (in particolare in Sicilia e Calabria ma anche Veneto ed Emilia-Romagna), andamento incerto delle temperature.

Ad un certo punto della stagione invernale (febbraio) il freddo si è abbattuto improvvisamente sulle nostre campagne già colpite da un inverno che a gennaio aveva fatto segnare una tendenza delle temperature minime di ben 1,9 °C superiore rispetto alla media del periodo (dati Ucea).

Sembra un dato poco rilevante in sé, ma se osserviamo la tendenza climatica dell’ultimo decennio scopriamo che, quasi ogni anno, l’inverno dura meno e si presenta più instabile. Ciò porta a conseguenze negative sotto diversi punti di vista, innanzitutto per l’andamento delle coltivazioni autunno-vernine ma anche per la capacità del terreno di autorigenerarsi quando non è soggetto a coltura.

Produttività e cambiamenti climatici

Ma quanto costano, in termini di danno alla collettività e mancati introiti, i cambiamenti climatici in agricoltura?

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In base a recenti calcoli effettuati da Coldiretti le bizzarrie del clima, tra siccità e alluvioni, hanno provocato in Italia danni alla produzione agricola, alle strutture e alle infrastrutture per un totale pari a più di 14 MILIARDI di euro nel corso di un decennio!

Di questi 14 miliardi il 35% è riconducibile ad allagamenti, ammanchi produttivi, ripristino di strutture e infrastrutture.

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Quanto incidono sulla produttività agricola i cambiamenti climatici?

Per approfondire il tema “produttività e cambiamenti climatici”, analizziamo l’andamento dell’attività agricola dell’anno in corso.

Il 2016 si è rilevato particolarmente problematico: ad un certo punto, durante lo scorso inverno, le temperature sono scese sotto zero dopo un caldo fuori stagione, che aveva fatto rigonfiare le gemme delle piante frutticole accelerando la fioritura e rendendole quindi più vulnerabili al freddo. Le conseguenze sono state nefaste per molte colture, drupacee in primo luogo. E non parliamo del 2017 con il suo continuo susseguirsi di gelate primaverili, emergenza siccità, grandine, ecc., al punto che abbiamo affrontato ognuna di queste problematiche in un articolo specifico:

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Al contrario in queste condizioni, per non creare problemi al metabolismo delle piante, la colonnina di mercurio dovrebbe scendere lentamente senza restare a lungo sotto lo zero. Allo stesso modo le precipitazioni non dovrebbero essere violente per poter essere meglio assorbite dal terreno, evitando ruscellamenti e conseguenti fenomeni erosivi; fatto fondamentale per risollevare le scorte idriche nel terreno che sono sempre più esigue visto anche la scarsità di neve sulle montagne.

La siccità, in particolare, rappresenta l’evento avverso più rilevante per l’agricoltura italiana degli ultimi dieci anni, con tre annate veramente disastrose: 2003, 2007 e 2012. Fenomeni siccitosi che, paradossalmente, hanno investito più il nord e il centro dell’Italia. Quest’ultimo dato potrebbe sembrare bizzarro ma, in realtà, è proprio al nord che si praticano le coltivazioni più esigenti dal punto di vista idrico (basti pensare alla risicoltura).

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Cambiamenti climatici e biodiversità

Le conseguenze negative dei cambiamenti climatici vanno, purtroppo, ben oltre il singolo evento meteorico se pur estremo; ancora più gravi sono le conseguenze a carico dell’equilibrio biologico dell’agroecosistema.

Ci riferiamo alla comparsa di specie patogene e parassiti alloctone, ovvero estranee alla fauna e flora dei nostri territori. Gli esempi sono molteplici: la Cimice asiatica, la Drosophila suzukii, la Xylella (solo per citare i più famosi), sono tutti organismi considerati alieni, ossia estranei all’ambiente, colonizzatori di un territorio diverso dall’area di origine. Tali organismi, non avendo predatori specifici e trovando condizioni ambientali favorevoli hanno potuto proliferare adattandosi perfettamente al nuovo habitat. Nei casi più gravi (leggi l’articolo sul fenomeno della Xylella in Puglia) l’organismo alieno arriva ad alterare completamente l’equilibrio dell’agroecosistema prendendo il sopravvento sulle specie autoctone. Come si è visto nel caso degli ulivi del Salento le conseguenze possono essere disastrose e di considerevole impatto ambientale ed economico; basti pensare al numero delle piante colpite (diversi milioni!) e al rischio concreto di perdere per sempre l’unicità del paesaggio pugliese.

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La biodiversità, in tal senso, non sempre rappresenta una risorsa; infatti, se essa viene forzata o manomessa, può arrecare gravi danni alla nostra stessa sussistenza.

L’agricoltura è l’attività economica che più di tutte le altre vive sulla propria pelle le conseguenze dei cambiamenti climatici. E’ doveroso aggiungere che la stessa agricoltura e gli allevamenti sono responsabili di una parte consistente delle emissioni di gas serra. Il classico cane che si morde la coda!

Quella dei cambiamenti climatici è una sfida che riguarda tutti, in primo luogo gli agricoltori, la cui attività sta alla base della nostra stessa sopravvivenza. Una sfida che può essere vinta se ognuno di noi contribuisce con i propri comportamenti ad affermare un diverso modello di sviluppo. Un modello più sostenibile e più attento alla gestione delle risorse naturali, che tocchi tutta la filiera, partendo dall’impresa agricola fino alla tavola di ognuno di noi.

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