Desertificazione del suolo: viaggio nei processi che prosciugano la terra
Un suolo non diventa deserto da un giorno all’altro. La terra ha una memoria. Conserva la memoria dell’acqua che ha ricevuto, delle radici che l’hanno attraversata, della materia che ha trasformato e anche delle conseguenze di ciò che le abbiamo sottratto.
Oggi, una parte crescente dei suoli del pianeta sta perdendo la capacità di sostenere gli ecosistemi e la produzione agricola. La desertificazione del suolo è uno dei segnali più estremi di questa trasformazione e racconta una crisi che non riguarda soltanto le regioni lontane ed aride, bensì il modo in cui stiamo modificando la terra da cui dipendiamo.
Comprendere la desertificazione del suolo significa andare oltre l’immagine immediata della terra arida e screpolata. Significa entrare nei processi che precedono quell’immagine, comprenderne le cause ed osservare come la loro interazione possa condurre territori produttivi verso condizioni sempre più critiche per l’umanità. È da sotto la superficie che comincia questo viaggio.
Distinguere la desertificazione del suolo da aridità, siccità e degrado del terreno
Nell'abbondanza di dati e percentuali che circolano sul web, quanto spesso la desertificazione viene confusa con fenomeni diversi, dando origine ad informazioni fuorvianti?
Desertificazione, aridità, siccità e degrado del terreno descrivono fenomeni differenti, sebbene possano interagire e concorrere alla trasformazione di uno stesso ambiente.
Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD), la desertificazione è il degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e subumide secche determinato da diversi fattori, tra cui le variazioni climatiche e le attività umane. Non indica la formazione o l’espansione di un deserto, poiché il deserto è un ecosistema dinamico che possiede una biodiversità straordinaria specializzata nel sopravvivere all'estremo.
L’indicatore chiave della desertificazione è la perdita di microrganismi, la “scomparsa” del microbioma del suolo (batteri, funghi, protozoi) ovvero la micro-vita del terreno.
L’aridità, invece, è una condizione climatica persistente, nella quale la disponibilità d’acqua risulta limitata rispetto alla domanda evaporativa dell’atmosfera. La siccità è un fenomeno temporaneo, legato ad un periodo anormalmente secco e sufficientemente prolungato da provocare uno squilibrio idrologico significativo. Un territorio può quindi essere naturalmente arido senza essere desertificato e attraversare una siccità senza andare incontro alla desertificazione.
Il degrado del terreno è più simile al deterioramento delle fondamenta di un edificio: la struttura è ancora lì, ma sta perdendo le proprietà che le permettono di sostenere tutto ciò che vi poggia sopra. Nel terreno significa alterare progressivamente tutti gli equilibri essenziali al suo funzionamento.
Queste distinzioni non sono puramente terminologiche. Permettono di comprendere perché la desertificazione non possa essere ricondotta ad una singola causa né identificata esclusivamente con la scarsità d’acqua.

Cause della desertificazione del suolo
Le cause della desertificazione del suolo non vanno analizzate separatamente. Funzionano piuttosto come degli ingranaggi: l’alterazione di una condizione può innescarne un’altra, alimentando una catena di effetti che rende il territorio progressivamente più vulnerabile. È dentro questa concatenazione che la desertificazione prende forma.
Pressioni antropiche ed uso delle risorse
Un terreno può produrre senza limiti? La risposta è scritta nei campi molto prima che nelle statistiche: se ciò che viene sottratto al sistema supera stabilmente la sua capacità di rigenerarsi, gli equilibri iniziano a cambiare.
Tra le cause antropiche della desertificazione del suolo rientrano tutte le fonti di inquinamento, lo sfruttamento intensivo dei terreni, il sovrapascolamento, la deforestazione, una gestione inadeguata delle risorse idriche.
Per un agricoltore questi processi non sono concetti astratti. Possono tradursi in un terreno che si compatta più facilmente, una superficie che rimane nuda ed esposta per lunghi periodi, acqua che infiltra con maggiore difficoltà o scorre portando con sé particelle di suolo. Segnali differenti, ma capaci di alimentarsi reciprocamente.
Sul piano chimico e biologico, la disponibilità degli elementi nutritivi, l'attività dei microrganismi e i processi di trasformazione della sostanza organica vengono alterati compromettendo progressivamente la funzionalità del suolo.
Il punto, quindi, non è attribuire al sistema agricoltura la responsabilità della desertificazione, ma interrogarsi sull’intensità con cui utilizziamo le risorse rispetto alla loro capacità di rinnovarsi. Un campo è un sistema produttivo, ma rimane prima di tutto un sistema naturale: quando gli chiediamo più di quanto riesca a ricostituire, iniziamo lentamente a consumare il capitale su cui poggia la produzione stessa.
Ma ciò che accade al terreno non comincia e non finisce necessariamente nel terreno. Suolo, acqua ed atmosfera comunicano continuamente tra loro: sostanze nocive e contaminanti vengono trasportati dall’aria, si depositano sul suolo, si muovono attraverso l’acqua e raggiungono organismi ed ecosistemi. Pensare di proteggere una sola matrice ambientale ignorando le altre sarebbe un po’ come voler preservare una stanza mentre il resto della casa crolla.
Fattori climatici ed ambientali
Quanto può resistere un terreno in cui cambiano le condizioni nelle quali si è formato e ha trovato il proprio equilibrio?
Il punto non è soltanto l’aumento delle temperature o la diminuzione delle precipitazioni. A incidere sui processi di desertificazione del suolo è anche il cambiamento del regime climatico nel suo insieme: stagioni che modificano la propria durata, piogge concentrate in intervalli più brevi, periodi caldi più persistenti, maggiore frequenza o intensità di eventi estremi e variazioni nell’azione del vento.
Il terreno, infatti, porta con sé una sorta di “impronta climatica”: struttura, vegetazione, comunità biologiche e disponibilità delle risorse si sono organizzate nel tempo anche in relazione alle condizioni ambientali del luogo. Se queste condizioni cambiano rapidamente o diventano più estreme, aumenta la distanza tra ciò a cui il sistema si è adattato e ciò che deve affrontare.
Un ruolo importante è svolto anche dall’evapotraspirazione, cioè dalla perdita d’acqua dal terreno per evaporazione e dalle piante per traspirazione. Quando la domanda evaporativa dell’atmosfera aumenta e le precipitazioni non riescono a compensarla, si accentua lo squilibrio idrico del territorio, contribuendo a creare condizioni favorevoli ai processi di desertificazione del suolo.
Anche il vento assume un ruolo importante, soprattutto quando incontra superfici asciutte, scarsamente vegetate o già vulnerabili. Può rimuovere e trasportare le particelle più fini del terreno, contribuendo alla perdita degli strati superficiali.
Il clima, quindi, non determina da solo la desertificazione del suolo, ma ne accelera i processi e riduce progressivamente i margini di risposta del territorio.

La desertificazione nella storia geologica della Terra: processi naturali ed accelerazioni attuali
Il pianeta Terra non è un sistema immobile. Nel corso delle ere geologiche, la distribuzione dei continenti, i movimenti tellurici, la circolazione atmosferica, le temperature e i regimi delle precipitazioni hanno modificato profondamente gli ambienti terrestri. Regioni oggi ricoperte da vegetazione hanno conosciuto, in epoche remote, condizioni completamente differenti.
Una testimonianza arriva dal Sud America. Tra le epoche geologiche del Giurassico superiore e del Cretaceo inferiore, un vastissimo ambiente desertico lasciò accumuli di sabbie eoliche che oggi riconosciamo negli areniti della Formazione Botucatu, parte della storia geologica del Sistema Acquifero Guarani. La roccia conserva così la traccia di un paesaggio scomparso.

Arenaria della Formazione Botucatu, in Brasile: queste rocce sedimentarie conservano le testimonianze di un vasto ambiente desertico che occupava parte del Sud America milioni di anni fa. Foto: A. S. Rosa, Wikimedia Commons (CC0 1.0).
Ma se gli ambienti terrestri sono sempre cambiati, che cosa distingue le trasformazioni naturali del passato dai processi di desertificazione che osserviamo oggi?
La risposta richiede di considerare cause, intensità e rapidità del cambiamento. Le trasformazioni geologiche e climatiche possono svilupparsi lungo intervalli molto diversi, da eventi relativamente rapidi a processi che attraversano migliaia o milioni di anni. Oggi, alle variazioni naturali si sovrappone l’inquinamento, capace di modificare gli equilibri ambientali su scale temporali estremamente ridotte.
La desertificazione non rappresenta dunque una semplice tappa inevitabile dell'evoluzione del pianeta. Il fatto che le mutazioni geologiche ci siano sempre state non giustifica il drastico cambiamento attuale generato da cause e tempi diversi da quelli del passato.
Un esempio concreto di quanto siano collegati gli equilibri del pianeta arriva dai ghiacciai. Quando nevica, la neve si accumula e, con il passare del tempo, il peso degli strati superiori comprime quelli sottostanti, trasformandoli progressivamente in ghiaccio. È un processo naturale: lo spessore diminuisce, ma questo non significa necessariamente che si sia persa acqua.
Il problema nasce quando, anno dopo anno, il ghiaccio che si scioglie è maggiore di quello che riesce a formarsi. I ghiacciai entrano così in una condizione di bilancio di massa negativo: perdono più di quanto accumulano e, progressivamente, si assottigliano e arretrano.
L'acqua proveniente dalla fusione dei ghiacciai continentali raggiunge gli oceani e contribuisce all'innalzamento del livello dei mari e all'espansione dell'acqua marina dovuta al riscaldamento. Ma le conseguenze non finiscono qui: quando grandi quantità di ghiaccio scompaiono da una regione, diminuisce anche il peso esercitato sulla crosta terrestre, che può lentamente sollevarsi. È un fenomeno noto come aggiustamento isostatico glaciale, un'ulteriore dimostrazione di quanto siano connessi clima, acqua e struttura del pianeta.
Ma esiste un'altra conseguenza del ritiro dei ghiacciai, meno immediata e particolarmente importante per la desertificazione del suolo.
In alcune regioni aride dell'Asia centrale, ad esempio, le montagne rappresentano vere e proprie riserve d'acqua per territori situati anche a centinaia di chilometri di distanza. La neve e i ghiacciai alimentano fiumi dai quali dipendono la vegetazione naturale, le oasi e numerose attività agricole. Il problema nasce quando queste riserve iniziano a ridursi: inizialmente l'aumento della fusione può persino incrementare le portate fluviali, ma, con il progressivo esaurimento del ghiaccio, diminuisce la riserva d'acqua che potrà essere rilasciata negli anni successivi.
È un meccanismo particolarmente delicato perché la maggiore disponibilità d'acqua di oggi “nasconde” una perdita delle riserve che serviranno domani.
Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista scientifica CATENA, dedicato alle terre aride dell'Asia centrale nel periodo 1982–2020, ha individuato processi di desertificazione in circa il 14,8% dell'area analizzata. Tra le variabili considerate, l'equivalente in acqua della neve (Snow Water Equivalent, SWE), cioè la quantità d'acqua contenuta nel manto nevoso, è risultato uno dei fattori naturali più rilevanti nell'analisi delle dinamiche osservate.
Un'altra ricerca, pubblicata nel 2026 su Water Resources Research e dedicata ai ghiacciai del Tien Shan, ha esaminato proprio l'evoluzione delle portate alimentate dalla fusione glaciale. Le simulazioni mostrano come un iniziale aumento dell'acqua disponibile possa essere seguito da una diminuzione delle portate, con ripercussioni sull'approvvigionamento idrico durante la stagione irrigua.
È qui che il legame con la desertificazione diventa concreto.

La catena del Tien Shan vista dal satellite: il contrasto tra le montagne innevate e le vaste regioni aride circostanti evidenzia l'importanza delle riserve di neve e ghiaccio per la disponibilità d'acqua in Asia centrale. Fonte: NASA Earth Observatory.
L’alterazione degli equilibri fisici, chimici, biologici e magnetici del suolo
Esiste un aspetto che non viene preso in considerazione dalla letteratura scientifica quando si parla anche di desertificazione, ossia quello magnetico.
Nelle ricerche di Alessandro Mendini, la componente magnetica viene posta a monte degli equilibri fisici, chimici e biologici che concorrono al funzionamento dei sistemi viventi.
La materia non è soltanto ciò che possiamo osservare nella sua struttura fisica, ma possiede anche una dimensione energetica ed è in continua interazione con l'ambiente.
Da questa prospettiva, anche il deserto assume un significato diverso. Un deserto non è un ecosistema energeticamente inerte: riceve un'intensa radiazione solare ma anche altre forme di energia, una parte di esse viene riflessa e una parte assorbita; l'energia assorbita viene restituita all'ambiente anche sotto forma di radiazione termica, infatti, la sabbia desertica raggiunge una temperatura di 60-70°C durante il giorno; la forte escursione termica tra giorno e notte rende particolarmente evidente questa alternanza tra assorbimento, riscaldamento e rilascio di energia.
Su questo fenomeno gli studi di Mendini introducono un passaggio ulteriore: il deserto funziona come un convogliatore di energia (sabbia = in maggior parte silicio e sale) e la desertificazione è una risposta compensatoria ad un'alterazione dell'equilibrio energetico-magnetico terrestre, una sorta di “finestra di scarico” verso lo spazio attraverso la quale il sistema contribuirebbe a dissipare un eccesso di energia accumulato nella materia.

Il progressivo prosciugamento del lago d'Aral (Kazakhstan–Uzbekistan) ha portato alla formazione di un nuovo deserto, l'Aralkum. Fonte: NASA Earth Observatory
Secondo il ricercatore Mendini, quindi, la desertificazione non sarebbe soltanto il risultato visibile dell'interazione tra pressioni antropiche e condizioni climatiche e ambientali, bensì rappresenterebbe la manifestazione superficiale di un'alterazione più profonda dell'equilibrio magnetico ed energetico del sistema Terra.
Il suolo, quindi, non funziona come la somma di compartimenti indipendenti. Funziona attraverso relazioni. Questa visione amplia radicalmente il punto di osservazione del fenomeno: dal terreno alla Terra e dalla Terra al terreno.
Desertificazione del suolo e perdita della produttività agricola
Che cosa accade alla produttività agricola quando un territorio è interessato dai processi di desertificazione?
Quantificare la desertificazione su scala mondiale non è semplice. Per questo i dati disponibili devono essere letti considerando sempre il periodo osservato e il metodo con cui sono stati ottenuti.
Un riferimento importante arriva dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change): secondo la valutazione riportata nel suo Sesto Rapporto, tra il 1982 e il 2015 la combinazione tra uso non sostenibile del territorio e cambiamento climatico ha determinato processi di desertificazione in circa il 6% delle terre aride del pianeta.
Una percentuale che potrebbe apparire contenuta finché non si considera la scala alla quale si riferisce. Le terre aride occupano infatti una parte enorme delle superfici continentali e sostengono popolazioni, ecosistemi, coltivazioni e sistemi pastorali. La desertificazione di queste aree non significa semplicemente osservare terreni progressivamente più asciutti: significa compromettere processi dai quali dipende anche la loro capacità di produrre biomassa. Ed è qui che la questione diventa agronomica.
La perdita di produttività, infatti, non deve essere letta soltanto come una diminuzione immediata della resa. In agricoltura conta anche la stabilità con cui una produzione può essere mantenuta nel tempo. Due terreni possono restituire oggi risultati simili e trovarsi, tuttavia, in condizioni profondamente diverse rispetto alla capacità di sostenere la produzione negli anni successivi.
Per questo una flessione produttiva, considerata isolatamente, dice poco sulla traiettoria di un terreno: può dipendere dall’andamento meteorologico di una stagione, dalla coltura, dalla gestione o da numerosi altri fattori. È la persistenza del cambiamento a richiedere attenzione. Ed è qui che il problema diventa particolarmente delicato per l’agricoltura. La domanda, allora, è: “quando un terreno produce meno, stiamo osservando una cattiva annata o il progressivo arretramento della sua capacità di produrre?”
È questa distinzione a rendere la desertificazione una questione agronomica prima ancora che paesaggistica.
Contrastare la desertificazione significa preservare la funzionalità del sistema suolo-pianta
Contrastare la desertificazione significa intervenire sulle cause e non cercare in qualche modo di correggerne le conseguenze. Da dove si comincia?
Esaminiamo le soluzioni proposte dagli organismi internazionali.
La Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD) promuove “strategie integrate di gestione sostenibile del territorio, conservazione delle risorse idriche e ripristino della vegetazione”. Sono interventi importanti, ma la loro efficacia dipende da come vengono applicati e dalle condizioni dell'ambiente in cui si interviene.
Piantare alberi, per esempio, basta a fermare la desertificazione? No. La copertura vegetale protegge il suolo dall'esposizione diretta al sole, al vento e all'azione delle piogge, ma introdurre nuove piante senza considerare le risorse idriche disponibili, le specie utilizzate e le condizioni necessarie alla loro sopravvivenza può rendere inefficace anche un progetto ambizioso di rivegetazione.
E raccogliere l'acqua piovana è sufficiente? La gestione delle acque meteoriche dovrebbe essere parte integrante della pianificazione territoriale mondiale. Raccogliere acqua non risolve tutto: occorre comprendere se il terreno è in grado di accoglierla, conservarla e renderla disponibile alla vegetazione.
La domanda diventa allora un'altra: possiamo favorire la crescita delle piante anche dove il substrato appare già particolarmente inospitale?
È una questione che trova un interessante punto di osservazione in una prova con BioAksxter® condotta nel 2001 su frumento, utilizzando sabbia desertica come substrato. Il confronto tra semi trattati con BioAksxter® e semi non trattati ha documentato differenze sostanziali nella germinazione e nello sviluppo iniziale a favore dei semi trattati. Le immagini e le condizioni della prova sono riportate nell'approfondimento dedicato all'aridocoltura.
Naturalmente, osservare la germinazione in sabbia desertica non equivale a dimostrare il recupero di un territorio desertificato, ma apre una prospettiva di ricerca sulla possibilità di favorire la risposta delle piante anche in condizioni fortemente limitanti proprio come nel caso del deserto.
Forse è questa la domanda con cui dovremmo concludere il nostro viaggio: quanto possiamo comprendere la desertificazione se continuiamo ad osservarne soltanto gli effetti visibili, trascurando gli effetti dei campi magnetici studiati dal ricercatore Alessandro Mendini?
Contrastare la desertificazione significa comprendere gli equilibri che permettono la vita e ristabilirli. Per questo le formulazioni BioAksxter® sviluppate da Mendini rappresentano una dimensione concreta.